Melania Soriani

In viaggio

Category: Riflessioni

La libertà che illumina il mondo

Storia della statua della Libertà

 

Non tutti sanno che le origini della Statua della Libertà sono da ricercarsi in Europa e più precisamente a Parigi.

I francesi volevano in tutti modi farsi perdonare dagli americani il fatto che Napoleone III, oltre a dimostrarsi ambizioso alla stregua del suo avo, avesse simpatizzato con l’Esercito Confederato del Sud. L’idea di costruire una statua da offrire loro come dono, prese piede nelle riunioni di un gruppo di progressisti il cui leader era il professor Laboulaye. Allo stesso gruppo apparteneva lo scultore Frédéric-Auguste Bartholdi.

Il tema dell’opera?

La Libertà che illumina il mondo.

Se l’idea della forma e delle dimensioni della statua, non rappresentò un particolare problema, poiché Bartholdi aveva già esperienza di opere di grandi dimensioni e nel mondo erano già state costruite statue di grandezza eccezionale, la struttura dello scheletro che avrebbe dovuto consentire alla statua di restare in piedi, fu argomento di molteplici dibattiti e discussioni.

Quando la decisione di edificare una tale opera fu presa, Bartholdi partì per l’America, con l’intento di comunicare la notizia, cercare dei finanziatori americani che aiutassero i sostenitori parigini nella costruzione del monumento e, soprattutto, trovare il luogo ove questa dovesse sorgere.

L’alba del 21 giugno 1871, dopo tredici giorni di navigazione, il vapore Pereire entra nella baia di New York.

Bartholdi scrive: «L’immagine che si presenta agli occhi di un passeggero che arriva a New York è splendida. Quando, dopo alcuni giorni di viaggio, l’aurora perlacea di uno splendido mattino rivela la magnifica scena di queste grandi città (New York e Brooklyn) di questi fiumi che si allungano fin dove l’occhio riesce ad arrivare, ornati dalla presenza di alberi maestri e navi a vapore, quando ci si sveglia nel bel mezzo del mare interno disseminato di vascelli che sciamano come una folla in una pubblica piazza…».

E ancora vedendo la Bedloe’s Island, nel bel mezzo della baia dice: «È certamente qui che la statua deve sorgere, qui dove chi arriva ha la sua prima visione del Nuovo Mondo».

Quando il luogo fu deciso, il dilemma di come una statua delle dimensioni di quella progettata potesse resistere alle intemperie e alle sollecitazioni dei venti che spiravano sulla baia, in modo da non rappresentare un pericolo per le navi che l’avessero costeggiata. Dopo molteplici tentativi, l’opera di costruire un adeguato scheletro per la dama della libertà fu affidata dapprima a Viollet Le Duc, che muore quasi subito e viene sostituito dal colui che, qualche anno più tardi, edificò la Torre più famosa del mondo, La Tour Eiffel. Gustave A. Eiffel, che aveva già dimostrato la sua bravura costruendo il viadotto ferroviario di Garabit, costruisce un sistema geniale di impalcatura che consente all’ambiziosa opera di Bartholdi, di flettersi alle sollecitazioni dei venti e di dilatarsi o restringersi a seconda della temperatura atmosferica.

Nei primi mesi del 1884, La Libertà che illumina il mondo, è completata e viene esposta in una piazza del diciassettesimo arrondissement di Parigi.

Il 4 luglio del 1884 la Francia dona ufficialmente all’America la gigantesca statua di 37 metri (50 dalla punta del piedistallo all’estremità della fiaccola).

Il 17 giugno 1885 il monumento, smontato e riposto in centinaia di casse di legno, fa ingresso a bordo della nave militare francese Isere, scortata da quella americana Flore, nella baia di New York.

La poetessa americana Lazarus ha completato l’opera con i seguenti versi:

«Tenetevi, antiche terre, i fasti della vostra storia. Datemi coloro che sono esausti, i poveri, le folle accalcate che bramano di respirare libere, i miseri rifiuti delle vostre coste brulicanti; mandatemi chi non ha casa, chi è squassato dalle tempeste, io innalzo la mia fiaccola accanto alla porta d’oro.»

E Golden Gate, fu appunto ribattezzata la baia di New York, la Porta d’oro che apriva la strada verso il Nuovo Mondo.

 

Oggi, volgo il mio pensiero all’America con la speranza che qualcuno ricordi al presidente TRUMP questo aneddoto storico e la responsabilità che grava sulle sue spalle dal giorno del suo giuramento alla Casa Bianca.

 

Scrivere o mostrare, oggi?

La parola e l’immagine.

Da un paio di mesi ho iniziato a interessarmi al mondo della sceneggiatura; non perché voglia rinnegare il mio primo interesse che resterà sempre la scrittura narrativa, tuttavia ritengo che la società odierna con i suoi ritmi caotici, dedichi più attenzione all’immediatezza di un concetto o di una storia comunicata con una sequenza di immagini e suoni che con un libro ( e non credo di aver scoperto l’uovo di Colombo).
E’, solo in seguito, quando si è riusciti a catturare l’attenzione sull’argomento,  che tutti sembrano più disposti a investire  tempo in un libro che esponga in modo più completo il messaggio trasmesso da un film.
In molti non saranno d’accordo e in parte posso comprendere le loro posizioni: leggere una storia è di certo molto differente che vederla rappresentata sul grande schermo.
A volte però un film riesce a coinvolgerti più che lo stesso libro, a me è accaduto diverse volte.
Mi chiedo allora:  cosa dovrebbe fare  uno scrittore (tale mi piacerebbe diventare da grande) se fosse così convinto della sua storia, (vera e con un  messaggio potente e attuale)  e volesse arrivare  al grande pubblico? 

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Organizzato o istintuale

C’è una domanda che tutti gli scrittori esordienti si sono posti almeno una volta nella vita.

Ma scrivere di getto è corretto?
E’ utile?
E’ vantaggioso?

Non parlo di andare alla deriva completamente, iniziare a scrivere un libro senza avere idea di dove questo ci porti è praticamente impossibile.
Quando iniziamo a scrivere è certo che lo facciamo perché abbiamo già un idea letteraria in mente, sia essa originale o meno, convincente o meno, tutti ne abbiamo una.
Quindi sappiamo che genere di libro vogliamo scrivere, di cosa vogliamo parlare, come vogliamo che questo finisca.
Di solito ci organizziamo compilando un piano di scrittura, per evitare di lavorare troppo lentamente.
Così decidiamo che magari deve avere 20 capitoli, divisi in due parti, che ogni capitolo di solito consta di 18/20 pagine (Odio quelli lunghissimi ), che ogni pagina deve contenere fra i 1800/2000 caratteri e quindi sappiamo quanto dobbiamo produrre su base settimanale o giornaliera, se vogliamo darci un termine preciso per la stesura del libro (che ne so magari per arrivare a un concorso letterario con tutto pronto).

Quello che sarebbe interessante scoprire è cosa ci porta a  scrivere nell’uno o nell’altro modo.

Per intenderci meglio che cosa in concreto influenza il nostro stile.

La risposta è semplice e complessa al contempo e puo’ essere racchiusa in una sola parola: il Contesto.

Quello che ci circonda, la nostra educazione, le nostre esperienze, la famiglia, la scuola, il lavoro, il contesto in cui siamo cresciuti, viviamo e vivremo fa di noi quello che siamo oggi, quello che oggi pensiamo  e diciamo, quello che oggi scriviamo e come lo scriviamo.

Io sono  quello che ho imparato a essere  interagendo con il mio Contesto.

Questa potrebbe sembrare una riflessione banale, eppure  è la chiave per entrare in empatia con il prossimo.

Per oggi termino qui, nel prossimo articolo rifletteremo su come tutto ciò può essere applicato nella stesura di un buon libro.

Di seguito un filmato che mostra i “benefici” dell’empatia.

Empatia

empatia 2

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